Gaia de Campora, PhD
Università di Torino

La tendenza a riconoscere tardivamente le diagnosi di disturbi alimentari in età evolutiva e, conseguentemente, ad intervenire, rappresenta un elemento di forte compromissione per lo stato di salute dei bambini e degli adolescenti, conducendo ad una minore qualità della loro vita ed imponendo elevati costi nella successiva età adulta (Milnes, Piazza, & Carroll, 2013; Williams, Riegel, Gibbons, & Field, 2007). Il persistere dei disordini alimentari e il mancato intervento precoce conducono, infatti, quasi inevitabilmente ad un peggioramento sintomatologico apportando un significativo impatto sullo sviluppo sociale, cognitivo, emotivo ed in generale sulla capacità di rispondere efficacemente da parte del sistema immunitario dell’individuo (Manikam & Perman, 2000; Lukens & Silverman, 2014). Data la molteplicità dei fattori coinvolti nell’eziopatogenesi di questi disturbi, è auspicabile che venga considerato un approccio biopsicosociale rispetto a cui diverse figure professionali, quali psicologi, medici, nutrizionisti e logopedisti, sono coinvolte attivamente.

Ad oggi sono diverse le strategie di intervento possibile e, in particolare, sono diversi i fattori su cui ognuna di queste si concentra. Pertanto, nel prendere in considerazione l’utilizzo di interventievidence-based, ossia quelli la cui efficacia è comprovata da studi empirici, è necessario tenere presente che sia gli aspetti intraindividuali del paziente sia quelliinterpersonali legati alle relazioni all’interno della famiglia sono elementi da osservare per orientarsi rispetto al processo clinico.

I disturbi alimentari sono caratterizzati da costellazioni sintomatologiche diverse e la loro insorgenza può avere alle spalle storie molto diverse. L’eterogeneità di presentazione richiede infatti che l’approccio clinico possa spaziare tra diverse possibilità, modellandosi in modo unico rispetto alla specificità della persona, della famiglia e del disturbo.

Tra gli aspetti di specificità, uno degli elementi prioritari è rappresentato dall’età stessa di presentazione dei sintomi. Infatti, rispetto ad adulti e adolescenti, la prima infanzia è caratterizzata da una minor motivazione verso la riduzione dei sintomi e dalla minor capacità di adottare e beneficiare delle tecniche cognitive. Per questa fascia di età, infatti, l’approccio clinico prescelto deve poter includere componenti che si basino sia sui principi della teoria dell’apprendimento, mirando a rinforzare gli aspetti positivi, incrementandone la frequenza e ottenendo, di contro, una diminuzione dei comportamenti di rifiuto ed evitamento, sia su di una visione psicodinamica al cui interno il comportamento alimentare possa essere letto al contempo nel suo significato processuale e rappresentazionale.

In questa direzione, oltre alle istruzioni che possono essere fornite sul come proporre i pasti e a quali comportamenti porre attenzione – i cosiddetti elementi antecedenti – il buon esito dell’intervento deriva spesso dal restituire al genitore un feedback relativo all’azione intrapresa nel corso dell’interazione alimentare, concentrandosi dunque sugli elementi conseguenti il pasto. In linea che con le attuali ricerche nell’ambito dell’efficacia degli interventi, i modelli clinici fondati sull’utilizzo di tecniche Mindfulness o che, in modo distinto, si rifanno ai presupposti del costrutto teorico della Regolazione Emotiva segnalano l’importanza di tenere assieme elementi diversi: il “qui e ora” della presentazione del disturbo, elemento che assume una importanza centrale nel rivolgersi a popolazioni cliniche in età di sviluppo, e l’attenzione alle competenze regolatorie sottese al comportamento alimentare. La terapia di stampo cognitivista, da cui in parte sia i protocolli Mindfulness sia quelli incentrati sulla Regolazione Emotiva traggono ispirazione, ha infatti tra i suoi obiettivi di elezione, modificare il contenuto degli eventi sia dal punto di vista cognitivo sia emotivo, ponendosi in un’ottica antecedent-focused e modificando la sequenza comportamentale disadattiva fin dal suo esordio; diversamente approcci più solo esclusivamente centrati sulla mindfulness tendono a voler modificare la relazione congli stessi eventi, ma attraverso la promozione di una strategia response-focused, dunque tesa a stimolare nuovi modi di entrare in rapporto con situazioni ed eventi potenzialmente stressanti o già esperiti.

La proposta di un Mindful Emotion Regulation – Approach rappresenta quindi la possibilità di non escludere o selezionare una delle due prospettive di intervento, facendole piuttosto lavorare in sinergia, conducendo genitore e bambino verso la capacità di rimanere presenti a se stessi, cognitivamente ed affettivamente, per tutta la durata del pasto, riconoscendo gli stati emotivi che si avvicendano, affinando competenze nel regolarli e promuovendo, infine, il passaggio da una reazione immediata – con “pilota automatico” inserito – ad una modalità comportamentale e relazionale più sintonica, fondata sul riconoscimento di cosa sta succedendo nel qui e ora(del pasto e della relazione) e dalla possibilità di rintracciare una strategia regolatoria adeguata alla circostanza.

Articolo pubblicato con autorizzazione degli autori. Tutti i diritti sono riservati, è vietata la riproduzione per qualsiasi finalità.

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Bambini e disturbi alimentari: la primissima infanzia