Giusi Sellitto, Medico Neuropsichiatra Infantile e Psicoterapeuta – Studio Associato RiPsi

 

“Il carattere è il destino”.
ERACLITO

A volte per necessità nel lavoro, a volte per curiosità nella vita privata, è esperienza comune scoprirsi nel tentativo di capire la personalità dell’altro con cui entriamo in contatto.

Il più delle volte le nostre deduzioni scaturiscono dalla semplice osservazione di caratteristiche evidenti, come l’aspetto fisico, lo sguardo, il modo di vestirsi, il comportamento, il tono della voce. Tali elementi, in aggiunta ad altre sensazioni e informazioni che ricaviamo dalla nostra esperienza, ci portano a definire una persona gradevole, sgradevole o magari timida, riservata, espansiva oppure a volte azzardiamo affermando che “non ha personalità”.

Cos’è la personalità? Cosa la determina? Dove risiede? Conta di più la natura o la cultura?

È sicuramente pericoloso tentare di classificare e limitare i casi irripetibili dell’esperienza umana, così evidentemente complessa, ma d’altra parte non possiamo negare che gli esseri umani, seppur in un’infinita variabilità di contesti culturali, hanno modi caratteristici di affrontare gli eventi, i problemi, le relazioni.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la personalità “una modalità strutturata di pensiero, sentimento, comportamento che caratterizza il tipo di adattamento e lo stile di vita di un soggetto e che risulta da fattori costituzionali dello sviluppo e dell’esperienza sociale”.

Se il DNA e l’ambiente risultano avere un peso più o meno alla pari, ad esempio nella costruzione dell’intelligenza, quando si parla di personalità le cose si complicano.

I geni influiscono sulla personalità dell’individuo e, di conseguenza, sulla sua capacità di rispondere agli stimoli ambientali o di causare particolari situazioni.

Ci sono alcuni eventi della vita che non sono sotto il controllo diretto dell’individuo come, ad esempio, la morte del partner, le calamità naturali o simili – questi non sono ovviamente ereditabili. Ce ne sono altri come il divorzio, la perdita del lavoro, incidenti stradali, che possono dipendere, almeno in certa misura, dal comportamento dell’individuo e questi sono ereditabili. Ovvero esistono geni di suscettibilità allo sviluppo di determinati comportamenti.

Allo stato attuale delle conoscenze, si può affermare che non esiste alcun gene in grado di causare direttamente lo sviluppo di un determinato comportamento, sia esso normale o deviante. Non vi è, in altre parole, alcun gene causativo che porti a comportamenti violenti o criminali.

Parliamo di “vulnerabilità genetica”.

Ma quindi qual è il ruolo dell’ambiente?

Esemplificativo è il caso del gene che codifica l’enzima monoamino ossidasi A (MAO-A) – enzima centrale nel metabolismo della serotonina, un importante neurotrasmettitore coinvolto nella regolazione del tono dell’umore e nella modulazione del comportamento.

Questo gene esiste in ben quattro varianti (definite “alleliche”): due comportano una maggiore espressione del gene stesso e quindi una maggiore attività dell’enzima, due invece comportano una ridotta espressione e quindi una ridotta attività dell’enzima. Se l’ambiente in cui gli individui sono cresciuti è un ambiente psico-sociale sano e protettivo, la tendenza a sviluppare comportamenti violenti è scarsa sia per gli individui che hanno un’alta attività enzimatica sia per gli individui che hanno un’attività enzimatica ridotta; al contrario, se l’ambiente in cui si è cresciuti è un ambiente malsano e gli individui sono stati esposti ad abusi e maltrattamenti fin dall’età infantile, i soggetti con la variante del gene che codifica per l’enzima a bassa attività mostrano una frequenza di comportamenti violenti significativamente maggiore degli individui con normale attività enzimatica.

Dunque possedere “la variante allelica” a bassa attività di per sé non determina lo sviluppo di un comportamento aberrante, tuttavia costituisce un fattore di maggior vulnerabilità a eventi esterni avversi che può risultare nello sviluppo di determinati comportamenti.

Considerazioni simili possono essere fatte riguardo a molti altri geni coinvolti nella regolazione dei neurotrasmettitori nel sistema nervoso (5HTTLPR, rs4680 (COMT) DRD4-2/11) per i quali è stata riscontrata un’associazione significativa con la variante allelica indicata.

È l’interazione genetica-ambiente, non il codice genetico in assoluto o la predisposizione biologica, a determinare quelli che siamo.

L’ambiente modifica la possibilità di espressione del materiale genetico così come il materiale genetico si mostra all’ambiente come qualcosa di plastico, variabile.

 

Bibliografia

Lingiardi V. Gazzillo F (2014). La personalità e i suoi disturbi. Raffello Cortina Editore.

Invernizzi G. (2006). Manuale di Psichiatria e psicologia clinica. McGarw-Hill.

Pellegrini S. Il Ruolo di Fattori Genetici nella Modulazione del Comportamento: le Nuove Acquisizioni della BiologiaMolecolare Genetica – Università degli Studi di Pisa – In Manuale di Neuroscienze Forensi di Guglielmo Gulotta,Giuffrè Editore 2009

Magrini M. (2017) Cervello Giunti Editore

Siegel J, Hartzell (2005) Errori da non ripetere. Raffello Cortina Editore.

Gabbard G.O, (2007) Psichiatria psicodinamica. Raffello Cortina Editore.

 

 

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